Diario di bordo n° 3

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Diario di bordo – giorno 3

Non è la prima volta che vedo Monsignor Mpendawatu, per noi ormai Jean-marie; non mi è passato inosservato in occasione del primo incontro, l’unico volto nero e sorridente nel bel mezzo di una parata di sindaci inorgogliti. C’è qualcosa in lui che ho colto subito: il sorriso. Parla col sorriso. Qualche tempo fa un amico mi ha fatto notare che ci sono persone che parlano mentre continuano a sorridere. Così è Jean-marie. Mi perdo un po’ dietro questi denti bianchi in mostra, dietro queste labbra piene che li contornano, dietro queste mani che disegnano gesti inattesi. Lo guardo e non posso non pensare a una delle prime cose che gli ho sentito dire. Mi aveva molto colpito quel ritratto dell’Africa che risponde al tragico e al comico con la stessa manifestazione espressiva: il riso. Mi sembra proprio di poterci raffigurare dentro anche Jean-Marie. In fondo non dice cose di cui stare allegri: pandemie globali inevitabili, donne che muoiono per il parto, bambine che subiscono la mutilazione genitale, milioni di persone che soffrono la fame, AIDS dilagante, industrie farmaceutiche immuni da responsabilità sociali. Ma forse è quel panvitalismo squisitamente africano di cui parla ad animarlo, quella filosofia di viscerale devozione alla vita e alle sue forme che vince su tutte le peggiori previsioni. È strano come i diritti umani che riempiono convenzioni e dibattiti internazionali si concretizzino poi in modi così diversi nei diversi uomini del mondo, tutti comunque membri di una unica famiglia umana (come ribadisce la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948). Ma sarebbe allo stesso tempo anacronistico pensare di poter prescindere dalla considerazione delle diversità. La stessa definizione di salute adottata dall’OMS prospetta questa sensibilità: salute intesa, non come mera assenza di malattia o infermità, quanto piuttosto come “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”, che si estrinsecherà in ciascun contesto in modo conforme alle diverse concezioni di piena armonia. L’appartenenza culturale ad un paradigma non sempre e non necessariamente costituisce un ostacolo al miglioramento di determinate condizioni. Per esempio, ci racconta Jean-Marie, nella tribù da cui proviene, vige la consuetudine, tramandata di generazione in generazione, per cui ci si astiene da rapporti sessuali nel periodo immediatamente successivo al parto, di modo che le nascite risultano distanziate le une dalle altre. Per esempio, continua Jean-Marie, non sarebbe giusto sottovalutare l’importanza di strategie cristallizzate di trasmissione dei saperi della collettività che perdurano in molte tribù africane; non banalizziamo la funzione sociale che gli anziani assolvono nella “scuola della foresta” solo perché il nome evoca in noi qualcosa di primitivo, chiediamoci piuttosto se i “nostri” meccanismi di socializzazione sanno fare altrettanto. Domandiamoci perché non ci capiterà di imbatterci nelle “nostre” chiese in un bambino che canta e balla con la nonna, mentre questo bambino lo vedremo in Africa. Non lasciamoci imprigionare nel “monismo culturale occidentale”, guardiamo più in là del nostro naso. D’altra parte ognuno ha i propri mali con cui fare i conti: la società dell’opulenza vive paradossi neanche lontanamente immaginabili in situazioni di indigenza. Io sono solita fare bilanci. Che cosa ho imparato oggi? Che devo dubitare.

Valentina Francia