Provincia di Macerata - 2009

Contrasti

Martedì 18 Agosto 2009

Ho scelto di essere qui oggi, di stare quaggiù, in Angola, a N´Dalatando, e sono davvero felice di averlo fatto, di aver colto l´occasione ed essere partita per vivere questa esperienza. Oggi lo sono. Lo sono dopo aver vissuto giorni di caos interiore, confusione che non permetteva l´espressione di quanto sentivo nel profondo. Una sorta di blocco dovuto alla molteplicità delle cose viste, ai contrasti di questo brano di Africa che sto leggendo, conoscendo per la prima volta.

L´impatto con Luanda, appena arrivati, con le sue strade polverose e affollate di gente e macchine in disordine, costeggiate da una miriade di colori e odori, é stato come un pugno nello stomaco che mi ha lasciato senza fiato, con gli occhi sbarrati e attenti per carpire e tentare di capire. Ciò che tenti di fare é questo, appena arrivi qui o almeno é questo ciò che é capitato a me: cercare di capire.

Capire il senso di quelle scene di vita immerse nella confusione, nella frenesia, in un ritmo veloce, quello della vita che quaggiù é qui e ora. Anche solo provare a capirlo é arduo e forse presuntuoso, ma tant´é che é questo che ho sentito, in prima battuta.

Un´immagine piú di altre ha colpito la mia attenzione, quella dei divani e delle poltrone colorati di tinte squillanti che arredavano i lati della strada, …esposti lá, in vendita… e vicino le casse da morto, i sarcofagi, sistemati nelle agenzie funebri, lí accanto. Simboli di riposo che fanno riflettere.

Sedersi per riflettere e meditare su quanto vissuto, come sto facendo ora.

I contrasti, le facce dell´Africa e degli africani.

Padre Cassoma, direttore del centro missionario di N´Dalatando, brillante e instancabile, che con coraggio e determinazione conduce il suo lavoro per "cominciare" la vita qui, nel quartiere di Kipata. Dirige con decisione il suo gruppo, i suoi irmaos Paolo e José, e i suoi collaboratori per creare un centro sociale, un punto di riferimento per la gente del posto, giovani, donne e bambini che vengono qua quotidianamente per apprendere, imparare, giocare e cantare. Una faccia questa dell´Angola che si rialza dopo 30 anni di guerra civile, morte e distruzione.

L´uomo ubriaco incontrato domenica scorsa lungo la strada polverosa dell´aldeja di Zenga, stordito dal liquore di banana, alienato dall´alcol, rientrato alla capanna sostenuto dalla moglie. Un´altra faccia, quella della stanchezza, dell´oblio generato da chissà quali ricordi, dolori, colpi che la vita gli ha inferto, che lo fa sentire stanco di vivere, sconfitto.

Due immagini, due figure, due facce. La vita e la morte.

E ancora.

Il volto di un bambino steso a terra, in mezzo alla strada, morto. Uno sciame urlante di persone inferocite che si precipitano a bloccare il responsabile per fargli "assumere le sue responsabilità". Si, responsabile di guidare col piede spinto sull´acceleratore senza porre attenzione alla vita che scorre accanto a lui, nel villaggio che costeggia la strada. Un´immagine ormai impressa nella mia memoria che mai dimenticherò. Un piccolo uomo che ha finito i suoi giorni sull´asfalto mentre carico di gioia e di vita attraversava la strada e un altro che forse é già morto per mano di altri per l´errore commesso. Violenza, vendetta. Vita e morte.

I volti solari delle donne, giovani e anziane, cinte da vesti brillanti e variopinte, che cantano con gioia durante la messa della domenica nell´aldeja.

Donne che emanano vita, amore, forza, energia con la quale affrontano il quotidiano, raccolgono i frutti della loro terra e si prendono cura dei figli,… numerosi che danno alla luce, speranza di un domani migliore, diverso. Donne dal volto austero, severo, vestite di panno nero, simbolo di lutto, perdita, mancanza. Vita e morte.

Contrasti.

Contrasti di vita e morte. Di luce ed ombra. Di bianco e nero. L´incontro tra il mio io, la mia esistenza e la loro, il loro modo di vivere. Contrasti che fanno riflettere, pensare al filo che ci lega, ci unisce. Alle responsabilità che ognuno di noi ha. Qui lo senti il contrasto, te ne rendi conto, non é come leggere la pagina di un giornale o vedere un´immagine in televisione. Qui la tocchi la differenza e comprendi quanto poco senso ha condurre un´esistenza d´apparenza, fatta di futili bisogni, irreali, inventati, come la nostra, quella dei ricchi europei. Qui cogli l´essenza della vita e della gioia di vivere negli occhi della gente, dei bimbi. Di tutti quei numerosi bimbi che accorrono qua, al centro, a giocare e danzare con noi. Bambini vestiti di cenci, ricoperti di polvere rossa, quella della terra su cui rotolano da mattina a sera, con nasi gocciolanti mentre cercano di sfamarsi leccando vasetti vuoti di yogurt. Qui mi sento felice, davvero felice, in mezzo a loro, che alla fine del gioco e del canto t´abbracciano e ti baciano per ringraziarti, per farti rimanere. Ti riempiono il cuore e ti fanno sentire che é doveroso scegliere.

Scegliere di dare, fare per e con loro.

Silvia Ballini

 

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… forse la maestra me lo può spiegare ….

Lunedì 17 Agosto 2009

  

Stando con i bambini ci si ricorda la spensieratezza di quando lo si è stati;  ora proverò a tornare anch’io un po’ bambino per svolgere, spero con chiarezza, il tema che la maestra mi ha dato

Tema: Descrivi  l’esperienza in Africa  comparandola con la tua vita in Italia.

Svolgimento

La città dove stiamo si chiama  N’dalatando, insieme a me ci sono altri compagni di scuola e sono sette. Per venire qui abbiamo viaggiato tanto tanto; abbiamo preso  il treno, l’aereo e anche la macchina che è grande e anche fuoristrada  perché certe volte le strade sono rotte.

Le città che abbiamo attraversato sono un po’disordinate ci sono le macchine diverse da quelle italiane e le strade sono polverose, ma la polvere non è come quella italiana è rossa.  I negozi ce ne sono ma ce ne sono pochi e la gente vende le cose per strada non è come da noi dove i negozi sono tanti e ci sono anche i centri commerciali. Le strade sono lunghe e dritte e le macchine corrono molto anche i camion corrono e sono molto grandi e pericolosi, purtroppo capita che ci sono degli incidenti, ma qui non esistono i numeri da chiamare in caso di incidente, i pompieri ci sono ma stanno nella loro casa e non vanno neanche a spegnere i fuochi che la gente accende la notte nelle campagne. Le ambulanze sono poche e la gente si arrangia per essere curata con mezzi propri. La maestra ci ha detto che se un guidatore investe un’animale o peggio una persona si radunano altre persone che picchiano il guidatore e alla polizia non importa molto di quello che succede in questo caso. Invece capita spesso che per strada ci sono i poliziotti che ti fermano anche il nostro pulmino l’hanno fermato varie volte, in Italia quando ti fermano stanno di fianco alla strada e non succede tanto spesso.

Qui in Angola l’immondizia sta di fianco alle strade e di tanto in tanto passa un camion che la raccoglie e la maestra ci ha detto che la buttano nei campi o nelle foreste, quella che non buttano la bruciano e certe volte soprattutto la sera si sente una grande puzza di plastica bruciata. In Italia noi a scuola raccogliamo divisi la carta, la palstica e il vetro perché una volta un signore che è venuto a scuola ci ha detto che se facciamo così si riduce l’inquinamento della terra.

Le giornate cominciano presto poi andiamo un po’ a scuola poi dopo stiamo in classe con la maestra per parlare delle cose da fare, il pomeriggio giochiamo con i bambini di qui che sono un po’ diversi da noi, corrono sempre e più veloce ed hanno i vestiti tutti impolverati, facciamo tante cose insieme, disegnamo, coloriamo facciamo i balli insieme e poi giochiamo a pallone e siamo tanti ma i primi giorni non riuscivamo a fare le squadre e il campo non aveva limiti e per capire dove stava il pallone bastava guardare la nuvola di polvere che si sollevava. I bambini di qui sono molto bravi a giocare a pallone e ci toccano sempre perché sono curiosi ed hanno gli occhi vispi, la maestra ci ha detto che non hanno la televisione e neaanche la playstation e certe volte non mangiano, inoltre a scuola non ci vanno sempre tutti certi lavorano anche o devono accudire i fratellini e capita di vedere le bambine che hanno il fratellino piccolo appeso sulle spalle. Ho conosciuto un bambino che aveva undici anni e non sapeva leggere e nemmeno scrivere, all’inizio ho riso un po’ poi ho pensato a quanto siamo fortunati noi che possiamo mangiare ed andare a scuola ed a quanto è difficile vivere qui. Penso che nonostante i loro problemi i miei coetanei angolani sono felici e si divertono mentre noi che abbiamo tante comodità ci annoiamo e facciamo i capricci e allora ho pensato cos’è che non va bene e ho pensato tanto ma non ho trovato la risposta forse la maestra me lo può spiegare. Fine del tema.

Matteo Simoni classe 4B

  

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Mentre mi addormento sento lo schiamazzare di tanti animali di fattoria……

Lunedì 17 Agosto 2009

5.30 di mattina e a Luanda sembra essere  l’1.30 di un qualsiasi giorno settimanale: gente in attesa di mezzi per uscire dalla città, una fila chiassosa e disordinata di vetture stracolme di persone. Dal mio arrivo è la prima volta che torno, con il gruppo, ad avventurarmi per queste strade a bordo delle vetture … scattanti dei padri Salesiani.

Tutti abbiamo bene o male visto il percorso che ci attende ma solo dopo, nel viaggiare,  ci si può veramente rendere conto di cosa significhi. Quelli che si mettono in cammino, possiedono una certa capacità creativa e dispongono di una grande intuizione: talvolta il tratto di strada è interrotto, ma al posto di un cartello si trova un ramo (sempre che una capra di passaggio non se lo sia mangiato!) oppure la strada asfaltata termina di esserlo e non perché si sia sbagliata strada.

È certo che nessuno di noi sarebbe giunto con la stessa velocità a Kalakala, il primo luogo incantato (poco distante da Luanda) che abbiamo avuto la fortuna di conoscere durante questi due giorni di viaggio.

Kalakala è una fattoria che accoglie circa 200 ragazzi, fornendo oltre che un’istruzione primaria, anche una conoscenza specifica in campo agricolo, un’ambito produttivo che questi anni di costante conflitto hanno fortemente danneggiato e contribuito ad abbandonare. Eppure se c’è una cosa che durante questi giorni di viaggio mi affascina di più i miei  pensieri è la natura.

Fiumi, palme, alberi il cui nome sembra uno scioglilingua, laghi e fiori, fiori dovunque, nelle città,  ai bordi delle strade, in cima a rami di alberi sembrano finti.

Arriviamo al Santuario di Mama Muxima, una Madonna dallo sguardo e dalla postura severa (da una Madonna che ti si presenta con le braccia conserte e con lo sguardo che ha il vigile quando imbocchi un contromano … immagini piu’ facilmente che possa aver fatto il gesto di calpestare il serpente!). Da qui iniziamo a fare conoscenza con il fiume che piu’ di una volta incontreremo nel nostro viaggio: il fiume Cuanza e non so come ma da questo momento e’ come se avessimo iniziato ad avere un altro ritmo, il tempo passa come sempre ma con una diversa scorrevolezza, quella che occorre a spiegare il cammino di un bambino dal proprio villaggio per raggiungere la scuola o quello della donna per andare a lavorare nei campi (e vogliamo parlare del rientro notturno in bicicletta lungo la statale del signor Vattelapesca?).

Arriviamo a Dondo percorrendo una strada da Camel Trophy: sabbia rossa, dune, avvallamenti, ponti e ponteggi ma pochi animali.

Dondo è una cittadina che sembra aver vissuto un periodo di mondanità che non si è lasciata del tutto alle spalle, è qui che è iniziata l’attività missionaria di Don Bosco.

Nella Missione c’è un laboratorio di pasticceria, una falegnameria, una sartoria e un studio di decorazione. Non ci perdiamo la visita in nessuno dei laboratori provocando anche un po’  di insolita confusione che però ci da modo di gustare dei gustosissimi dolcetti.

Si risale in macchina alla volta di Calulo. Accompagnati da un’insolita giornata di sole continuiamo a stupirci della varietà paesaggistica di questo paese: montagne massicce e brulle costeggiano il nostro cammino. Io resto sveglia a tratti, anche per me è arrivato il fatidico momento del cedimento fisico, una lieve febbre m’impedirà di vivermi Calulo by night che dicono sia un’esperienza da fare. Resto nella missione, un casolare di campagna circondato da alti fusti di palma e alberi di banano, mentre mi addormento sento lo schiamazzare di tanti animali di fattoria.(CONTINUA… )

Laura Della Mora

 

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comincio a capire qualcosa

Lunedì 17 Agosto 2009

Sono qui solo da pochi giorni, ma comincio a prendere consapevolezza del luogo dove ed a capire cosa intendeva chi mi diceva che sarebbe stata molto dura. Fra le tante, forti impressioni, mi hanno colpito positivamente gli animatori angolani che ci accompagnano nei  centri Salesiani sparsi nella Lixeira. Sono tutti volontari, punti di riferimento per la popolazione e molti di loro appena adolescenti. Ragazzi che si mettono a disposizione dei più piccoli o di quelli che si trovano in condizioni di  bisogno maggiore. Questo é uno dei risultati o degli effetti  dell’opera dei missionari Salesiani; aver creato un circolo virtuoso che coinvolge  tutti quelli che credono di poter migliorare e coltivare speranza anche per chi nasce in questo luogo che non riesco nemmeno a definire.

Davide Pizzo

 

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Le potenzialità inespresse

Martedì 11 Agosto 2009

 

 

 

  

In mezzo all’aria polverosa di sabbia rossa, sopra cumuli d’immondizia, dentro case di terra e lamiere ho scoperto una vitalità e una curiosità eccezionali, occhi che rapiscono ogni piccolo particolare per poi riesprimerlo com il sorriso, con i movimenti o ricostruendolo con le poche cose arrabattate tra i rifiuti.

In questo mi sento pieno di speranze e responsabilità, perché qui si apprende e molto velocemente ogni novità e ogni messaggio, c’è fame di sapere e di conoscere per uscire da quel mondo che lascia spazio solo ai sogni e ai rapporti sociali, spesso contrastati, fatti di aiuti reciproci o violenza, espressi con una fisicità spesso disarmante. Qui prima delle parole arriva la mano e appena ne stringi una ce ne sono già molte altre protese verso di te che sei il collegamento come quell’immagine di mondo distorta che arriva dalla televisione.

Ecco che i valori cambiano e i ragazzi rincorrono ingenuamente feticci arrivati dall’occidente e non si accorgono che la loro terra intorno brucia di notte e di giorno.

Questa e la nuova responsabilità dell’ occidente, creare una dignità diversa dall’apparire per valorizzare un paese che si rialzi davvero dagli orrori della guerra, della fame e della povertà più assoluta.

Una riflessione che spesso mi capita di fare guardando l’Africa in cui sono immerso è che bisogna iniziare tutto a partire dall’agricoltura,la scuola, la sanità, i servizi sociali ecc. Che ora sono solo prerogativa di pochi e per pochi (come dice Padre Cassoma  “ questo è il paese delle nuove possibilità).

I mercati qui si stanno aprendo e purtroppo però i bisogni non vengono dettati dalle reali necessita, ma da quello che viene proposto come moda tendenza e status, nebbia per le menti di questi giovani che dovranno ricostruire il loro paese.

Ieri con tutto il gruppo abbiamo visitato la PETRAS NEGRA, un posto incantato dove le imponenti rocce sembrano essere apparse dal nulla in mezzo a una pianura sconfinata, come a proteggere un paesaggio unico da quello che intorno accade.

Ho avuto l’impressione di vedere l’Africa, quella sognata, per la prima volta, questo mi ha riempito di forti emozioni  di fronte a tanta magnificenza, come al solito poi il contrasto con le potenzialità non valorizzate di questo paese.

Il turismo potrebbe essere davvero un’altra importante occasione di sviluppo per donare un volto diverso a tutto ciò che fino ad ora e stato territorio di scontri armati. Le tracce del passaggio della guerra sono in ogni anfratto sotto ogni pietra e contro ogni parete.

Vedere un simile splendore e poterlo fotografare solo da lontano, se non ci sono strade battute, per paura delle mine anti uomo fa davvero soffrire e interrogare sull’ operato dell’uomo.

Qui ho visto un’altro volto della chiesa e ho capito davvero l’importanza dell’opera dei tanti parroci che scelgono di vivere in questi posti, ad iniziare dalla formazione professionale, scolastica, dalla forza aggregante come centro di vero scambio culturale e appoggio sicuro per quanti si trovano ogni giorno in mezzo alla strada per inventare una vita!

In questo paese vedo la crudità della realtà umana e mi rendo sempre più conto di essere tra i pochi eletti al mondo ad avere facile accesso a tanta abbondanza e benessere.

Quello che davo per scontato, l’essenziale, qui rappresenta la vera sfida giornaliera, in questo c’è una sorta di reale selezione naturale, solo i più forti, i più furbi e quelli che anno più soldi ce la fanno.

I bambini bevono, mangiano e fanno cose che per un’occidentale è difficilmente immaginabile e impensabile da affrontare, ecco la forza e la resistenza anche nel fisico di questa gente che balla in ogni occasione perche solo la musica non fa pensare.

Mentre ballo coi bambini, su ritornelli inventati, la sabbia sotto i piccoli piedi si alza veloce, le mani schioccano e le voci crescono sento quell’energia che si perpetua impressa nella terra delle origini e sono parte della speranza di questo stupendo paese!

Roberto Falconi

 

  

 

 

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il mondo visto da una zanzariera

Venerdì 7 Agosto 2009

le impressioni in terra d’Africa si moltiplicano e sono numerose come le zanzare che circolano in questa zona. E’ strano, ma mi sento stanca di vedere, ascoltare e sentire odori nuovi che mi portano ad accumulare sensazioni fortissime e contrastanti.
Ieri, dopo aver manifestato un’allergia al maledetto Malarone ed aver sospeso la profilassi, sono arrivati nella missione e mi sono montata la zanzariera e coperta di Autan prima di addormentarmi. Il mio modo di guardare il mondo e’ cambiato improvvisamente. Mi sono chiusa nella zanzariera e ho cominciato a riflettere.
Oggi pomeriggio giocando con i bambini e vedendoli sporchi, senza vestiti e con una gioia che poche volte riesci a percepire nei volti dei piccoli italiani, mi sono resa coñto che la zanzariera che avevo montato con tanta cura altro non riproduceva che la campana di vetro in cui solo il 20 per 100 della popolazione mondiale puo’ permettersi di vivere protetta e crescere serenamente i suoi figli. Venendo a contatto con una realta’ come quella africana, ti rendi conto che la maggior parte delle cose che dai per scontate nel tuo paese in realta’ non lo sono per nieñte, a partire dal pane quotidiano fino ad arrivare alla salute di un bambino. Improvvisamnte, smetti di riflettere sulle tue disgrazie perosnali e ti senti un privilegiato, uno che si puo’ permettere tutta la vita di vivere dentro una zanzariera e di chiudere gli occhi per non vedere le cose che non gli piacciono.
Qui mi guardo intorno cercando istintivamnete e disperatamnete qualcosa che somigli di piu’ alla mia vita italiana di tutti i giorni (un bambino pulito, una casa che non sia una capanna) e il non trovarlo mi spiazza moltissimo. Questo posto fa crollare le certezze piu’ elementari. La forza di stare qui te la danno le persone che credono che un mondo migliore sia possibile e che lavorano tutti i giorni non con la speranza di cambiare le grandi questioni, ma per regalare un sorriso ai poveri. 

Pamela Ventura.

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non tutti i mali vengono per nuocere.

Giovedì 6 Agosto 2009

 

Angola 05/Agosto/2009

Dopo una lunga notte passata a parlare tra me e  Davide  su quello che ci poteva accadere e su quello che dovevamo fare, sui dubbi e sulle incertezze che si sarebbero presentate al mattino seguente,  come per magia e con abile mossa, riesco a chiudere tutti fuori di casa (compreso me stesso ovviamente). Siamo li senza l’abbigliamento che avevamo previsto di indossare ed impossibilitati a seguire il programma della giornata che prevedeva di andare all’ oratorio.

Rimaniamo in prossimità del punto presso il quale dormiamo e riincontriamo i ragazzi della capoeira che avevamo conosciuto ontem.

Suona la ricreazione e veniamo avvolti da una marea di bambini i quali notano che, in mezzo a loro seduti su degli scalini, ci sono due omaccioni pelati  e tremendamente bianchi. La loro attenzione si rivolge direttamente su di noi  mostrano anche particolare interesse per le scritte che abbiamo sulle magliette (Hwa rang do / Tae Soo Do) e per la differenza di peli che abbiamo sul corpo rispetto a quelli che abbiamo sui capelli.  Considerata la loro  attenzione  mi viene in mente di fargli vedere una leva che studiamo nella nostra Arte Marziale. Come per magia  l’interesse si diffonde in maniera esagerato. Tutti vogliono provare la  leva. Pii siamo passati a dei punti di pressione e come per incanto tutto è diventato entusiasmo e piacere.

Dopo  due ore, distrutti fisicamente, finalmente siamo riusciti ad aprire la porta grazie ad un fabbro che nel frattempo ci è venuto in soccorso.

Nel pomeriggio possiamo uscire e vedere  la realtà fuori della missione dove siamo ospiti. Un percorso da brivido che strugge il cuore, siamo arrivati fino ad un oratorio denominato  Bakita. Non facciamo in tempo ad arrivare all’entrata perché assaliti da bambini di ogni età. Ci prendono per mano, si presentano, ci tirano, ci sorridono e ci avvolgono come se  la nostra visita fosse attesa.

Giochiamo con loro tutto il tempo,  con circa una calca di più di cento bambini, che capivano il mio bizzarro portoghese. Forse in Italia non comprenderanno il mio italiano. Faccio amicizia con un mininho di nome nandinho che e stato tutto il tempo attaccato alle mie gambe e sui miei piedi.  Sento la gioia di avere i muscoli a pezzi e di puzzare di buono.  Dopo aver giocato e lottato con tutti  mi giro e vedo Jkn (sigla Hwa Rang Do) Maria Luisa che urla “Tae Soo Do e Hwa Hang Do” e tutti insieme urlano con lei.

Il tempo passa con momenti di panico su cosa inventarsi  per continuare a giocare, tutto però si aggiusta in modo semplice. La giornata finisce e mentre ce ne stiamo andando tutti i bambini cominciano a salutarmi abbracciandomi e baciandomi le mani, le gambe  quasi a dire : ” .. grazie ci vediamo domani..” Mi rattrista il fatto che tornerò in Italia ma ora sono qui con loro e questo mi da tanta gioia.

Emanuele Veluti

 

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.. del tutto obbligatorio

Giovedì 6 Agosto 2009

Angola 03/Agosto/2009

Siamo arrivati, ancora all`inizio soltanto, ma non ci serve molto a capire che l`unica cosa da fare è fare.

Nel prepararsi ad un viaggio come questo si pensano mille cose e forse diventa facile scadere nel pensiero che si stia andando a fare qualcosa di speciale, arrivati qui ci si accorge che esserci è del tutto normale, del tutto obbligatorio!

Laura Della Mora

 

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Immigrazione e cooperazione allo sviluppo: questione di prospettive

Venerdì 5 Giugno 2009

La testimonianza di Julien, rifugiato politico del Congo perfettamente integrato in Italia, mi ha fatto riflettere sullo stretto nesso che esiste fra la cooperazione allo sviluppo e l’immigrazione.

Mi sono resa conto di quanto al momento si affronti il problema dell’immigrazione in modo miope, non solo a livello italiano, ma anche a livello europeo e mondiale (basti pensare al muro del Messico). Si discute, infatti, tutti i giorni della possibilità di far entrare nuovi clandestini o di rimandare indietro le barche che li trasportano e si parla di violazione dei diritti umani. In sostanza, sembra che una buona legge sull’immigrazione debba esclusivamente risolvere il problema di chi si accolli la massa di gente in arrivo. A questo punto mi viene da chiedermi se è sufficiente discutere e affrontare il problema solo da questo punto di vista e se invece la questione dell’accoglienza sia solo la punta di un più grande iceberg alla quale ne sono correlate molte altre.

Julien è un rifugiato politico e i rifugiati politici hanno uno status giuridico per il governo italiano diverso da quello di tutti gli altri immigrati.  Julien ha studiato fisioterapia, è una persona colta, competente nel suo ambito e ama l’Italia.  Per molti versi, la sua è una condizione di vantaggio.

Mi viene da chiedermi qual è il destino di tutti coloro che, disperati, arrivano sulle nostre coste e sono considerati indistintamente clandestini.  Possiamo accontentarci di accoglierli senza proporre un’integrazione, in un’Italia in crisi? Verrebbero rispettati i  loro diritti in quanto uomini solo perché non li rimandiamo indietro? Nella dichiarazione dei diritti umani c’è anche il diritto ad avere una vita dignitosa e un lavoro, quindi perché nessuno si interroga anche su questo aspetto, perché nella legge sull’immigrazione nessuno parla di integrazione? Perché nessuno smette di ragionare a livello nazionale e cambia punto di vista, affrontando la questione da una prospettiva diversa e più ampia? Mi viene da pensare che le mille contraddizioni che si generano nell’ambito dell’immigrazione siano simili a quelle che si trovano nell’ambito della cooperazione internazionale e partano entrambe da un modo simile di valutare l’uomo e il mondo.

Immigrazione e cooperazione allo sviluppo sono due facce della stessa medaglia e una buona legge sull’immigrazione non può prescindere da un rapporto stretto con la cooperazione allo sviluppo.

Tutti gli uomini hanno il diritto di poter vivere e lavorare nel loro paese d’origine, vicino ai propri affetti e in un mondo che è a loro più congeniale per tradizioni, cultura e lingua. Se le persone emigrano, rischiando la vita, è perché qualcosa non va nel loro mondo, caratterizzato spesso da povertà,  guerre e ingiustizie. Da occidentali , è d’obbligo, prima di fare una legge sull’immigrazione o anche prima di promuovere qualsiasi progetto di sviluppo, riflettere sul fatto che anche noi siamo indirettamente la causa del fenomeno stesso. Dobbiamo per l’ennesima volta cedere qualcosa, pensare che lo sviluppo e la crescita del cosiddetto Terzo Mondo passa anche attraverso la nostra decrescita, dobbiamo pensare che un mondo come l’abbiamo immaginato fino ad ora garantisce il pieno rispetto dei diritti umani solo ai più ricchi.

Penso che fino a quando ci saranno leggi o tentativi di ragionare nell’ottica di un mondo piccolo e ristretto, fino a quando si parlerà di problema dell’immigrazione a livello italiano semplicemente perché l’Italia è la più vicina alle coste dell’Africa e fino quando gli Stati ricchi non saranno disposti a concedere nessuno dei privilegi di cui godono e che danno per scontati, sarà difficile agire razionalmente in questo ambito. Non si possono chiudere gli occhi davanti a un mondo che cambia e far finta che alcune realtà non esistono; se poteva andar bene fino a qualche anno fa, quando l’Africa era lontana dagli occhi e dal cuore e ce se ne disinteressavamo, ora il famoso Maometto è arrivato alla montagna. Il problema deriva dal fatto che si è vissuto giorno per giorno, cercando di preservare i propri piccoli interessi e la classe politica si è accontentata di farlo.

Una buona legge sull’immigrazione va di pari passo con una cooperazione internazionale che funzioni bene e in cui, come diceva Colaianni, il progetto di cooperazione vada contro gli interessi di chi lo promuove. Non vi può essere crescita del Sud del mondo se non c’è una decrescita del Nord perché se viviamo così come facciamo lo dobbiamo anche a chi muore di fame e a chi rischia la vita per arrivare sulle nostre coste.

Pamela Ventura.

 

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Credo che l’esempio sia fondamentale

Domenica 24 Maggio 2009

Innanzi tutto voglio ringraziare chi mi ha offerto questa stupenda possibilità di crescita conoscitiva e interiore ma soprattutto l’ opportunità di rafforzare alcune convinzioni personali!

Dopo le lezioni e dopo aver conosciuto persone stupende che per la cooperazione internazionale vivono e lottano posso proprio affermare con sicurezza che nella vita se si hanno degli ideali e li si considerano veramente validi vale sempre la pena di farli valere ed esporsi per cercare di rendere migliori innanzi tutto noi stessi e poi ciò che ci circonda!

Il mondo è cattivo ma solo perché noi lo abbiamo fatto così e non è una giustificazione valida per non cercare di rendersi utili.

La visita alla FAO e la lezione che l’ha preceduta con il docente Luca Alinovi sono stati per me motivo di forte interesse in primis per la realtà che mi si proponeva a me quasi completamente sconosciuta o quantomeno ipotizzata.

Certo per gli argomenti trattati il tempo è sempre ridotto perché di una vastità e complessità enorme ma sicuramente, per il modo in cui sono stati affrontati e presentati, saranno un ottimo  punto di partenza per ulteriori approfondimenti.

Il quadro presentato devo ammetterlo è stato poco lusinghiero per quanto riguarda la realtà che ci circonda e per come poi le forze in gioco troppo spesso tentino di porre rimedio in modi non sempre confacenti alle reali necessità.

Ecco che la mediazione di organi istituzionali e non, diventa fondamentale per la riuscita di molti progetti rivolti ai paesi con delle emergenze spesso disastrose e di ogni tipo (ambientale, igienico, sanitario, alimentare, sociale ecc.). Troppo spesso gli interessi in gioco prendono il sopravvento dimenticando poi il fine o perdendo di significato nel corso del tempo.

Purtroppo gli intervenuti rivolti ai paesi " in via di sviluppo" sono stati fatti considerando il nostro modello di ed i nostri valori per imporlo a popolazioni con altre esigenze e peculiarità socio culturali, questo ha destabilizzato ancora di più i fragili equilibri dei molti paesi interessati, per giungere ad oggi con le numerose emergenze che percepiamo solo spesso come clandestinità, ma, dietro porta strascichi di disastri innescati dalla nostra società occidentale, il resto viene percepito solo come qualcosa che accade lontano da casa nostra!

Ecco che una presa di coscienza seria e una buona diffusione della cultura dell’informazione sarebbe già un intervento valido per dare una visione lungimirante della cooperazione internazionale.

Oggi siamo sempre più barricati dietro i nostri muri di cemento armato sentendoci al sicuro e magari foraggiando la prepotenza, ma solo uscendo da questi gusci chiusi riusciremo a cambiare e ad accorgerci di ciò che siamo fatti e per quanto lo rifiutiamo e ce ne sentiamo esonerati ,il collegamento tra ogni individuo, ogni essere, ogni elemento è strettamente correlato e il mutare dell’uno influenza sia direttamente che indirettamente l’altro.

Nel nostro piccolo credo che l’esempio sia fondamentale, perché solo con l’esempio si può creare la curiosità che è il preludio della scoperta e della capacità di porsi domande, dote troppo spesso accantonata negli angoli scuri della nostra mente!

Roberto Falconi

 

 

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