“Walking in the african darkness”

20130730_pubblicate_04_ridimensionare1.JPG
In Etiopia accade che, dopo una cena consumata all’aperto davanti ad un falò, vai a fare una passeggiata con persone del posto per avvistare le iene. Ti avvii piena di curiosità e di trepidazione e ti ritrovi immersa nel buio della notte africana, rotto solo dalle flebili luci delle pile. Le forme dei grandi alberi si stagliano nel cielo pieno zeppo di stelle e ti accorgi che la Via Lattea esiste ancora. Poi nell’oscurità scorgi in lontananza fessure fluorescenti e sono gli occhi delle iene che, noncuranti della presenza umana, filano via mostrando le loro sagome sfuggenti. Accade che, parlando con gli accompagnatori, scopri che sono degli insegnanti che guadagnano l’equivalente di circa 20 – 30 euro al mese anche dopo ventuno anni di servizio. Raccontano che il loro lavoro non è molto rispettato e quando c’è un problema con un alunno, la famiglia tende a dare la colpa all’insegnante e a difendere il proprio figlio. Un po’ fa sorridere, perché non c’è molta differenza con l’Italia. Eppure le differenze ci sono, e molte, ma in quel buio e in quel luogo, ciò che ti sovrasta è la bellezza.
C’è bellezza in Africa, non solo naturale, ma in un modo che non t’aspetti. È la bellezza del Bosco Children Centre, un centro salesiano che raccoglie bambini di strada ad Addis Abeba per avviarli all’istruzione e ad un mestiere. Dice il suo fondatore, don Dino, che è il progetto più bello del mondo e ci credi perché è un luogo di armonia ai limiti di strade intricate e costeggiate da baracche. È la bellezza dei bambini che si presentano al primo incontro con noi indossando la giacchetta della festa o che inseguono la nostra macchina per salutarci con allegria e affetto. È quella di un’antica chiesa ortodossa circondata da un piccolo villaggio a cui sembra donare protezione e tranquillità. È la bellezza dell’accoglienza calorosa di un pranzo domenicale preparato con orgoglio o di una festa organizzata per noi, dove giovani ragazzi ballano danze tipiche nei loro abiti tradizionali. È il fascino di una donna giovane e bella che vive in una capanna, ma che ha il portamento di una regina.
L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma non sarebbe l’Africa se non si andasse a visitare il sito di una scuola in costruzione e non si incontrasse una piccola bambina visibilmente sofferente che muove i passi incerti a pieni nudi nel fango. E non c’è né bellezza né giustizia.
30 luglio 2013 – Tiziana Manuale